Recensioni

Malinverno di Domenico Dara – Recensione

Copertina di “Malinverno” edito Feltrinelli

Titolo: Malinverno

Autore: Domenico Dara

Casa editrice: Feltrinelli

Genere: Narrativa Contemporanea

Anno pubblicazione: 2020

Pagine: 336

Domenico Dara (Catanzaro, 1971) vive e lavora tra Valbrona, in provincia di Como, e Milano. Cresciuto a Girifalco, ha studiato alla facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa, dove si è laureato nel 1996 con una tesi sulla poesia di Cesare Pavese. Ha curato il volume Alessandro Verri, Lettere da un amore (Massimiliano Boni Editore, 2005). Nel 2013 è stato finalista al premio Italo Calvino con il romanzo inedito Breve trattato sulle coincidenze (Nutrimenti, 2014), per il quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio Palmi, il premio Viadana, il premio Corrado Alvaro e il premio Città di Como. Sempre per Nutrimenti ha poi pubblicato il romanzo Appunti di meccanica celeste (2016), vincitore del Premio Padula, del Premio Città di Rieti e del Premio Stresa.

Domenico Dara durante la presentazione della sua ultima fatica letterario

Trama:

Ci sono paesi in cui i libri sono nell’aria, le parole dei romanzi e delle poesie appartengono a tutti e i nomi dei nuovi nati suggeriscono sogni e promesse. Timpamara è un paese così da quando, tanti anni fa, vi si è installata la più antica cartiera della regione, a cui si è aggiunto poco dopo il maceratoio. E di Timpamara Astolfo Malinverno è il bibliotecario: oltre ai normali impegni del suo ruolo, di tanto in tanto passa dal macero per recuperare i libri che possono tornare in circolazione. Finché un giorno il messo comunale gli annuncia un nuovo impiego: il pomeriggio continuerà a occuparsi della biblioteca, ma la mattina sarà il guardiano del cimitero.
Lettore dalla vivida immaginazione, Astolfo mescola le storie dei romanzi – per i quali inventa nuovi finali – con quelle dei compaesani, dei forestieri, dei lettori della biblioteca e dei visitatori del cimitero, dei vivi e degli estinti. A incuriosirlo è soprattutto una lapide senza nome e senza date: solo una fotografia, una donna dallo sguardo candido e franco, i capelli divisi in due bande liscissime e l’incarnato pallido. Per lui è da subito la sua Madame Bovary, la sua Emma. Attratto dal mistero racchiuso in quel volto, Astolfo si trova a seguire il filo che sembra dipanarsi dalla fotografia: tra i viottoli e le campagne di Timpamara, complice l’apparizione di una giovane sconosciuta nerovestita, prende forma a poco a poco una storia che mai Astolfo avrebbe saputo immaginare.
Domenico Dara unisce il talento dei narratori orali a una scrittura sospesa nel tempo: Malinverno è un romanzo pieno d’incanto sui libri, sul potere delle storie, dell’immaginazione, dell’amore.

“Mi sembrò per un attimo che ogni cosa nel mondo – anche i pensieri, anche i sentimenti, anche i morti – avesse la sua giusta collocazione nell’universo.
Anche io, Astolfo Malinverno, l’unico bibliotecario guardiano di cimitero che l’umanità abbia mai avuto.”


Citazioni:

“Il nuovo impianto diede respiro alla comunità […]. Per una terra che vantava un’antica tradizione di conciatori di pelli, macerare quelle fibre fu quasi un sollievo, e la docilità della carta lisciò le callosità delle antiche mani bruciate dagli acidi ed indurite dalla pesantezza delle zappe. Anche l’animo irruvidito di quegli uomini subì misteriose metamorfosi”.

“E quando non erano le mani degli operai a seminare parole di carta, ci pensava il vento, il ponente che arrivava dal mare e afferrava quei fogli dai camion, dalle vasche, dai mucchi accatastati nel cortile e li faceva svolazzare nell’aria, stormi di romanzi francesi, sciami di prontuari per i sogni”.

“Questa lettura tornava nella mia vita ogni volta che avevo bisogno di consolazione, quando avvertivo cioè la necessità di annacquare la mia tristezza nel mondo e sentirmi così parte dell’umanità illusa e dolente”.

«Sentii provenire da quell’immagine come un’aria di tristezza autunnale, di mondi che sfioriscono, la mestizia delle vite sciupate e dei sogni mancati. Uno scatto vecchio, di anni imprecisati, e tuttavia il volto era nitido, magnetico, e mi si fissò tanto nella mente che, quando ripresi la lettura, mi bastò immergermi nel grondante disincanto delle pagine per associare quasi naturalmente alle fattezze della sconosciuta quelle dell’eroina di Flaubert. Da quel momento, Madame Bovary ebbe per me il volto di quella foto, l’anima affine d’un essere umano nato per il cielo ma dannato alla terra, zoppa nell’animo come io nel corpo. Le diedi così per sempre il nome a me caro, Emma Rouault, sepolta nel cimitero di Timpamara.»

“I miei battiti sembravano sincronizzati ai suoi passi lenti, un passo e un battito, un avvicinamento e un respiro più trattenuto. Fu a un metro e mezzo circa, centroquarantasei centimetri, che si voltò.
Mi si fermò il respiro.
Emma.” 

“Dopo ventisette libri si amarono per la prima volta, di notte, sotto una luna piena e sopra un letto di volumi scaricati quel pomeriggio e provenienti da una biblioteca di testi classici, si amarono per la prima volta sopra le opere complete di Seneca, mentre il collo di lei poggiava sul Simposio di Platone e le sue mani nei momenti di piacere stringevano le Odi di Catullo e la Cynthia di Properzio.”


Opinione:

 “Quando venni al mondo avevo dodici anni, cinque mesi e centosessanta quattro ore. Perché non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’infinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome di un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato di una vita possibile.”

Così comincia la narrazione di Malinverno edito Feltrinelli, terza fatica letteraria di Domenico Dara, già autore di “Breve trattato sulle coincidenze” e “Appunti di meccanica celeste“, entrambi pubblicati con Nutrimenti Edizioni.

A lungo atteso, “Malinverno” avrebbe dovuto essere presentato al pubblico in marzo, ma l’emergenza Covid ha imposto la posticipazione della pubblicazione. Dara, pur vivendo da anni in Lombardia, è ancorato alla sua terra d’origine: la Calabria e continua, per tal motivo, ad ambientare i suoi romanzi nel suo paese natìo: “Grifalco”. Così, Timpamara altro non è che l’altra faccia di Girifalco; microcosmo a metà fra luogo onirico e reale dove può accadere di tutto attraverso una linea labile che separa il sogno dalla realtà.

Grifalco, paese natìo di Dara, al quale si ispira per descrivere Timpamara. Immagine trovata su Viviamo La Calabria

Astolfo Malinverno è nato zoppo ed è il bibliotecario di Timpamara. La sua vita apparentemente tranquilla viene stravolta quando riceve l’incarico di custode del cimitero che, a malincuore, accetta. Malinverno inizia così a dividere le sue giornate trascorrendo le proprie mattine al cimitero e, i pomeriggi alla biblioteca comunale. Attorno a lui si muovono i lettori della biblioteca, gli abitanti di Timpamara e i visitatori del cimitero, con le loro vite comiche, tenere, struggenti, dal “resuscitato” alla promessa sposa che alla vigilia delle nozze si ritrova già vedova e per tal motivo, tinge l’abito nuziale di nero. Una miriade di storie di vita quotidiana raccontate magistralmente tant’è che risulta quasi impossibile non provare affetto per i curiosi personaggi che ne sono protagonisti.  

A Timpamara si trova la più antica cartiera della regione alla quale si aggiunge un maceratoio, fattore che muterà radicalmente le sorti del paesino Calabrese e dei suoi abitanti. Gli operai del maceratoio e gli abitanti tutti di Timpamara cominciano a provare interesse per le storie raccontate da quei libri destinati al macero così, incuriositi dalle loro trame, prendono l’abitudine di salvarli, portandoli a casa con sé. Ed è così che per le vie del paese iniziano a svolazzare frammenti di amori, di tragedie e di intrighi poiché, contrariamente ad ogni aspettativa, a Timpamara i libri e le storie che essi raccontano vengono tenuti in vita e non distrutti.

Copertina di “Appunti di meccanica celeste” edito Nutrimenti Edizioni

Così come i suoi compaesani, Astolfo recupera dal maceratoio tanti libri e si prende la licenza di modificarne i finali così come ritocca il regolamento del cimitero per aiutare l’umanità dolente, quando lo ritiene necessario. Nel conciliare le due occupazioni di Astolfo, realtà e fantasia si fondono in una storia avvincente e struggente al tempo stesso, al cui interno i personaggi sono tanto i vivi quanto i defunti che l’umanità tutta piange.

Fin dall’istante in cui il bibliotecario varca l’ingresso del cimitero è chiaro che il romanzo assumerà presto delle tinte misteriose. La svolta nella narrazione arriva quando il protagonista, intento a ripulire dalle foglie secche un vialetto, si imbatte in una lapide senza nome né data di nascita o morte, contenente solo una foto. L’immagine nella lapide ritrae una donna bellissima, dagli occhi scuri e i capelli corvini.

Per Astolfo Malinverno, quel volto magnetico, triste e candido allo stesso tempo, non può che corrispondere a quello dell’amata madame Emma Bovary le cui tristi vicende esistenziali sono state narrate da Flaubert. Ed è così che il nuovo guardiano del cimitero si convince che madame Bovary sia seppellita a Timpamara.

Malinverno trova nell’idea di Emma un dolce conforto che lo porta a renderla la sua unica confidente. Ogni giorno le parla dei libri che legge, la informa sulle morti del paese e le racconta il dolore umano legato all’accettazione della perdita. Così, quando incontra la donna ritratta nella lapide di Emma passeggiare tra i sentieri del cimitero, nel mondo dei vivi, si ritrova a intraprendere una ricerca nel tempo e in sé stesso per scoprire la vera identità della donna la cui foto lo ha stregato.

Copertina di “Breve trattato sulle coincidenze” edito Nutrimenti Edizioni

Chi è davvero Emma? Perché la sua lapide non riporta nessun nome? E chi è che porta un fiore di cardo su questa tomba abbandonata? Che il seppellimento sia soltanto inscenato per un estremo tentativo di cancellarsi dalla Terra?

Ne segue una vicenda in cui si intrecciano silenzi, passione, gelosia, ansia e tenerezza fino all’accettazione dell’illusione che l’amore possa svilupparsi nella sua carnale concretezza anche dopo la morte. Resterà, dopo il dramma personale e introspettivo, la certezza che «se il destino dei libri è morire come esseri viventi, anche gli uomini, quando smettono di respirare, non diventano che storie.»

Con “Malinverno”, Domenico Dara si conferma tra gli scrittori più interessanti del panorama letterario nazionale. La padronanza dello stile fa sì che Dara non cada mai nel banale e resti, invece, come sospeso in una sorta di dimensione onirica e magica, percorsa da uno strano senso di malinconia che, conscio della fragilità degli uomini destinati alla morte, fa un monumento delle loro storie. Ad Astolfo Malinverno viene così concessa l’immortalità grazie alle parole di Dara che raccontano la sua storia e quella degli abitanti di Timpamara che nonostante assumano le fattezze di personaggi letterari come Malselprù, Ortìs, Armida, Volfango, Victorùgo Achille Serrasanbruno, Abelardo Calanna e così via, risultano essere comunque padroni del loro destino.

Astolfo Malinverno si presenta così come un uomo solitario e schivo che riflette sulla propria condizione esistenziale, il cui nome surreale richiama il celebre capolavoro di Ludovico Ariosto, conducendo con destrezza la narrazione verso un mosaico di vicende umane e quotidiane i cui protagonisti risultano essere pregni di letterarietà.

Malinverno è un romanzo che trasporta nel cuore della letteratura di ogni tempo in cui la vita, e soprattutto la morte, hanno un ruolo centrale. Un romanzo che è un omaggio ai libri che rappresentano l’unico antidoto per alleviare i dolori dell’esistenza e per donare e garantire l’immortalità agli uomini che li scrivono e alle storie che essi narrano.

Stile: 9/10

Contenuto: 9/10

Piacevolezza: 9/10

Voto complessivo: 9/10.

Buona Lettura!

Consu

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