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Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone – Omaggio alla Madre

Domenica scorsa, il 9 Maggio 2021, ricorreva la Festa della Mamma ed io, potevo mai, farmi scappare l’occasione di omaggiare la figura della madre, che dona la vita, attraverso le parole?

Le parole che ho scelto di utilizzare in questa ricorrenza tanto speciale e sentita, sono quelle di Maria Grazia Calandrone, scrittrice e poetessa, candidata al Premio Strega con la sua ultima fatica letteraria, Splendi Come Vita, edito Ponte alle Grazie.

Copertina di “Splendi come vita” edito Ponte alle Grazie

La Calandrone decide di raccontare il suo travagliato rapporto con la figura della Madre e lo fa in modo atipico, attraverso uno stile narrativo a metà tra la lirica, dolce e a tratti struggente e la prosa brutale, frutto di un dolore interiorizzato e profondo.

Maria Grazia nasce da una relazione extraconiugale, illegittima e “criminale” negli anni ’60. Sua madre è nata nella provincia molisana, l’amante di lei è un commerciante che gira l’Italia. Entrambi tradiscono il proprio partner e lo confessano subito, non si nascondono, così, nel clima ostile della terra Marchigiana, la coppia adultera scappa a Roma. I due tentano invano di trovare lavoro per garantire a quella povera anima innocente alla quale avevano donato la vita, un futuro radioso. L’Italia retrograda dei primi anni 60 non conosce ancora il divorzio, così, oltre al disonore, la sfortunata coppia dovette affrontare anche diverse denunce per abbandono del tetto coniugale.

Non potendo più sopportare il peso di quel fardello, abbandonano il frutto del loro amore proibito a Villa Borghese, sperando che avrebbe ricevuto l’amore che loro, per forze di causa maggiore le stavano negando. Scrissero un biglietto d’addio, spiegando le loro ragioni al mondo e decisero di porre fine alle loro vite macchiate dal disonore e dall’adulterio, gettandosi nel Tevere.

Maria Grazia, rimasta orfana a soli otto mesi, viene adottata qualche mese dopo da Consolazione e Giacomo Calandrone e, proprio da quell’episodio, comincia la narrazione.

Per tutta la vita la Calandrone si ritroverà a fare i conti con quel primo abbandono camuffato da gesto d’estremo amore.


La Caduta nel Disamore:

Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa

Così esordisce l’autrice nel presentare la sua lettera aperta e autobiografica alla madre adottiva.

Maria Grazia ama sua madre alla follia ma ad un certo punto, qualcosa nel loro rapporto si inclina. Turbata dalla notizia di diversi suicidi di adolescenti legati alla scoperta di esser stati adottati, Ione brucia i tempi e le tappe, confessando a Maria Grazia che ha quattro anni appena, di non essere la sua vera madre.

Sono caduta nel Disamore a quattro anni quando Madre rivelò Io non sono la tua Madre vera.

La Calandrone nella sua narrazione inizia così a distinguere tra Madremammavera e Madremammabionda.

Mammavera non c’è più e c’è solo mamma bionda, Madre, donna sola, insegnante dalla “parlantina brillante”, con il cruccio della privazione, della mancanza, di non essere la Madre. Alla confessione di madremammabionda, Maria Grazia risponde: “Non mi importa, sei tu la mia mamma, l’unica che io abbia mai conosciuto”. Ma le sue parole cadono nel vuoto perché Consolazione non le ascolta. Per lei, il rapporto con la figlia è compromesso per sempre e, da quel momento, inizierà a vedere mostri che non esistono, a sentire parole mai pronunciate e a convincersi che l’amore che Maria Grazia prova per lei sia solo amore di circostanza.

Sono dunque certa che la notizia dell’adozione si sia depositata e sciolta in me come neve. Un’astrazione, che non interferiva con la realtà, meno che mai con la realtà perturbante e scintillante del mio amore, infantile e di poi. Madre uscì invece malamente ferita dalla sua stessa rivelazione. Madre aveva confessato per amore, alla figlia, di non avere figli. Agli occhi orgogliosissimi di Madre, fu come confesssare una mancanza. E che espressione autolesiva le si era rivolta contro. Lei che aveva sempre le parole per tutto, le che voleva scrivere un romanzo, lei che incantava gli studenti con la sua parlantina brillante, aveva rivolta contro la sua persona un’espressione trita e convenzionale. Un effetto del panico. Mamma vera era un’altra. Attribuire a se stessa il ruolo di un falso!


Da allora comincia per la piccola una rincorsa in cerca di un amore che sembra sempre più sfuggirle dalle mani e scappare lontano. Amore misto alla paura di essere abbandonata.


Qual è il vero ruolo della madre?

Ione si sente in difetto. Ione ama Maria Grazia pur non avendola partorita e proprio di questo si sente in colpa: non le ha donato la vita. Ma l’autrice ci tiene a precisare che la sua unica madre è proprio Ione che, seppur abbia scelto di tagliare quel cordone ombelicale immaginario in modo forzato e contro natura, le ha insegnato a vivere e di questo, le sarà sempre grata.

E qui entra in gioco il primo quesito che la lettura di Splendi come vita pone: cos’è che rende una donna madre? Madre è chi mette al mondo un figlio o chi lo cresce? E sempre qui si apre il dibattito. C’è chi mette al mondo dei figli pur non sentendoli propri e non riuscendo mai a sentirsi davvero madre. C’è chi sente propri dei figli pur non avendoli partoriti. C’è chi si sente costretto ad essere madre e chi invece si sente Madre pur non essendolo. E allora? La verità dove sta?

Come spiega la Calandrone, Madre è chi ama, incondizionatamente. Si può essere madri in tanti modi così come si può non esserlo affatto nonostante si abbia donato la vita ad altri essere umani.

Essere Madre è difficile, ma lo è anche non esserlo o, peggio, sentirsi madre a metà come è successo a Ione.

Maria Grazia Calandrone, autrice di “Splendi Come Vita”

Giacomo e Maria Grazia, l’altra faccia dell’amore:

Estremamente toccanti risultano anche i capitoli in cui la Calandrone parla e racconta del padre, dirigente del PCI (Partito Comunista Italiano), scomparso prematuramente quando lei aveva undici anni. Del padre racconta la sua infinita dolcezza, i pomeriggi al cinema, i regalini che le portava da ogni viaggio di lavoro, le massime di vita sparse qua e là durante le loro conversazioni, e gli abbracci fragorosi. Quei particolari che quasi stonano con la figura autoritaria oltre che storica del grande Giacomo Calandrone.

Così sai che ti penso sempre. Così voli con me. Qui si fondano odore e sapore di ogni volo futuro. L’amore è vero e senza lontananza.

Straziante il racconto della sua morte ma, ancor più straziante, appare il racconto della vita dopo di lui, di come Maria Grazia in senso di protesta contro quella realtà quotidiana che senza il padre non sente più sua, torna a casa e si rasa i capelli a zero, di come Ione, divorata dal dolore si chiude in sé stessa e di come le due donne tentano a poco a poco di ritrovare un equilibrio mai davvero stabile. Qualcosa dentro le due si rompe, si spezza inevitabilmente e, sarà proprio quella perdita, a rappresentare l’inizio del declino fisico e mentale, di quella donna bellissima, rimasta sola, che era Ione Calandrone. Donna tutta d’un pezzo che, nonostante i diversi spasimanti, sceglierà di tener fede al suo giuramento d’amore al marito defunto. Declino che caratterizzerà il rapporto di madre e figlia.

Fu così che smise di vedermi. Fu così che iniziò a perseguitarmi. Fu così che, infine, divenne cieca. E fu così che smisi di dipingere quadri che non poteva più vedere e tentai la poesia.

La scomparsa prematura di Giacomo Calandrone fa sì che limmagine paterna si cristallizzi, venga mitizzata e resti ferma all’infanzia e alla preadolescenza dell’autrice.


Consolazione e Maria Grazia, lontane ma vicine:

Il romanzo si focalizza però principalmente sul rapporto che lega l’autrice alla madre.

Sei un fiume senza argini”, dice Ione a sua figlia Maria Grazia, e in quest’espressione c’è tutta l’incomprensione che caratterizza il loro rapporto, tutto il timore che la donna prova nei confronti della figlia adottata e che ama di un amore offuscato dai propri fantasmi interiori che le impediscono non solo di relazionarsi alla figlia in modo sereno ma, soprattutto, di prender atto delle sofferenze che le sta infliggendo facendola cadere per sempre nel Disamore.

I non amati sono i mesti sovrani del proprio destino, nel museo vivente della terra. Tanto più verosimile se Disamore emana da un corpo flagrante radioattivo e radioso di Madre

Maria Grazie cresce in un clima di confusione generale. Da una parte, Ione è morbosamente legata a lei, la fa dormire nel lettone quando il marito Giacomo è via per lavoro, la porta con sé durante le gite scolastiche ma, allo stesso tempo, la tiene a debita distanza, arrivando persino a denunciarla per percosse. La storia di un rapporto mancato scritta con un linguaggio asciutto e persino con un velo di ironia, senza soffermarsi sui singoli episodi, rievocandoli appena dalla soglia di una faticosamente raggiunta serenità.

Il testo è quasi un testamento spirituale, un grido d’amore reso in uno stile spezzettato e apparentemente senza linea di continuità, che potrebbe creare disagio in un lettore meno avvezzo al genere.

Denudato dalla prosa, spogliato dal concetto di trama, crudo e lirico come solo la vita stessa sa rendere, “Splendi come vita” si presenta a noi come un non romanzo che, trasudando poesia, diventa lettera d’addio e ritrovamento.


Ma che significa amare davvero ?

L’amore è un’arma a doppio taglio che Consolazione rivolge contro sé stessa. Amare troppo uccide, lo sanno bene le due donne Calandrone che amano e si amano immensamente, e sarà proprio questo grande amore a segnarle per sempre. Ione cerca di scappare allontanando la figlia e, Maria Grazia, per non sentirsi ripudiata, non riesce a dare alla madre altro da quello che pensa possa renderla felice.

Un allontanamento lento, la malattia mentale vestita da disamore. E intanto Maria Grazia cresce, cercando di stare in equilibrio sul disequilibrio della madre.

Genitori si diventa ma non si apprende niente, non ci sono istruzioni, è un lavoro senza tirocinio e apprendistato. Ma nemmeno essere figli è semplice. Si ha la costante paura di deludere. Tutto ciò, altro non è che il mestiere di vivere. Non si viene al mondo con il manuale d’istruzione purtroppo, si impara a vivere a poco a poco e tutto ciò che si può fare alla fine della corsa è tirare le somme del nostro viaggio da figli, genitori, nonni, zii, amici ma soprattutto esseri umani.

In questa storia, la figlia si spoglia del proprio ruolo, e diventa madre e figlia di Ione e di sé stessa, si aggrappa all’amore materno che ha vissuto per un po’, sa che sua madre non può essere andata lontano, dovrà ritornare, prima o poi, inconsciamente decide così di prendere momentaneamente il suo posto. Perché se ti lasci dilaniare dal dolore, smetti di vivere.

Con uno stile frammentario, dal retrogusto poetico, Maria Grazia Calandrone racconta la propria storia familiare densa d’amore, sofferenza, ricerca. Una storia personale e al tempo stesso universale, quella di figlie desiderose di piacere, di madri che non si riconoscono nelle bambine – e poi donne – che amano.

Maria Grazia sceglie bene le Parole da utilizzare, parole che sanno dire e far penetrare nell’intimo di una vita che chiede solo amore, non un secondo abbandono, terribile e mortificante.

“Ti accompagno a parole, perché a parole sono nata da te”.

Madre conserva le mie prime poesie. Madre se le fa leggere ogni tanto. Madre critica duramente. Certe volte, sorride. Continuo a scrivere per quel sorriso. 

Alla fine del libro, alla fine di questo percorso, Maria Grazia Calandrone riesce finalmente a trovare sé stessa: diventa scrittrice, giornalista, drammaturga, insegnante, autrice e conduttrice Rai.


Aspetti tecnici di “Splendi come vita”:

Al di là delle tematiche che affronta, la lettura di “Splendi come vita” è interessante anche per il modo in cui è scritto. I capitoli sono molto brevi, un paio di pagine al massimo che spesso si riducono a poche righe. Le frasi sono altrettanto essenziali e lapidarie, e il lessico risulta essere evocativo ed emotivo.

La Calandrone non racconta la sua vita descrivendo nei dettagli gli avvenimenti, ma lascia intravedere al lettore qualche fotogramma, traccia delle pennellate che molto spesso non riportano fatti ma solo sensazioni evocative di emozioni e reazioni dell’autrice che, a poco a poco, diventano anche quelle del lettore.

Spesso la Calandrone va a capo, spezza le frasi, le righe e dona un po’ di senso di vita al suo scritto. Dopotutto, la vita è poesia e la poesia altro non è che rappresentazione di vita, ed è la vita stessa che, come le poesie della Calandrone, il più delle volte termina sul più bello o a metà di una frase, una storia o un concetto.

Che dire di questo romanzo? Non posso dire che sia stato amore a prima vista, anzi, i primi capitoli sono risultati tremendamente confusionari. La Calandrone era come rapita dalla stream of consciusness e parlava a sé stessa, più che ai propri lettori. A poco a poco, però, nella sua narrazione si è fatto spazio anche per l’occhio estraneo del lettore che, con qualche fatica iniziale riesce ad inserirsi nei ricordi dell’autrice. Lo stile, a metà tra la lirica e la prosa non mi ha convinta del tutto, sono legata al tradizionalismo dei romanzi, per cui per me la poesia deve mantenere il suo posto ben distinto dalla prosa.   

Ho sempre trovato estrema difficoltà nel riuscire ad esprimere il mio parere riguardo alle autobiografie. Un campo minato per me, ragion per cui la lettura di Splendi come vita ha rappresentato maggiormente una sfida per le mie abitudini letterarie. Se è vero che è poco rispettoso mettere bocca sul vissuto più o meno tragico degli autori, è anche vero che su un fattore ci si può esprimere, ovvero sul modo in cui questi ultimi decidono di esporre la propria storia al mondo, e mi sento di poter affermare che il modo scelto dalla Calandrone, rappresentato dal connubio più che insolito di prosa e lirica che, per alcuni rappresenta il punto di forza del candidato al Premio Strega, non solo non mi ha convinta ma rappresenta, addirittura, il suo punto debole.

Il senso di spaesamento provato all’inizio della lettura si è però tramutato a poco a poco in conforto. Trovavo conforto nelle parole della Calandrone, perché se è vero che al peggio non c’è mai fine, è anche vero che prima o poi si trova sempre la forza di rialzarsi.

Mi sono ritrovata molto nel suo vissuto personale e in quelle parole che, inizialmente, mi sono sembrate tanto estranee. Anche io, come lei, mi sono ritrovata a dover rivestire il ruolo di genitore piuttosto che quello di figlia e così come lei, anche io ho trovato la mia salvezza nelle parole scritte, pronunciate o taciute.

Quando sono poi arrivata ai quesiti legati all’esser madre, non ho potuto fare a meno di pensare alla mia famiglia. A mia madre che, costretta dalla vita e dal destino, a quasi sessant’anni sta reimparando a fare la madre piuttosto che la nonna.

Ripenso a mia sorella la cui vita si è spenta a soli trentotto anni, ha messo al mondo due creature e non potrà mai vederle crescere. Ripenso a tutte le donne ma anche agli uomini costretti dal fato a ricoprire un ruolo non proprio, per far crescere queste povere creature con tanto amore, perché chi non conosce l’amore cresce e vive male.

E così, ripensando un po’ a questi tratti comuni, tocco con mano e comprendo un po’ di più il dolore della Calandrone e la confusione di madremammabionda Consolazione, e il libro a lei dedicato diventa così un inno all’amore in tutte le sue forme, un inno alla propria madre ma anche a tutte le altre, sia che abbiano scelto di ricoprire questo ruolo, sia che in questo ruolo sono state costrette a riconoscervisi per cause di forza maggiore.

Con Splendi come vita, la scrittrice, con gli occhi da adulta, si libera e rende libera Madre dal loro rapporto faticoso. Riesce a capire le sue difficoltà, le ferite che hanno dato origine al disamore, la guarda non più solo come Madre ma anche come donna adulta.

Ci sono ferite che non sempre si riesce a ricucire.
Consolazione, bionda Madre elettiva e Maria Grazia, sua figlia, adesso splendono come vita.

Splende, la vita, splende come vita.

A volte splende quieta come il tuo corpo abbandonato al sonno. A volte

sfolgora come il lampo del sorriso.

Ma la terra non splende, la cenere non splende…

Davvero, Mamma, non sappiamo niente e non siamo che corpo e non siamo più in nessun luogo, dopo, probabilmente e questo precipizio di parole non è buono a rifare neanche una molecola del tuo sorriso. Era vivo, il tuo corpo, e lo guardavo come si guarda la casa distesa nella luce del tramonto e il colle dove stiamo tornando. Faticavo a raggiungerti, alla fine. Ma eri vita accessibile, vita dovuta e vita che ho dovuto lasciar andare.

Addio, Mamma.

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